/ Paolo Savino
Paolo Savino sul set, controluce
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Dietro ogni immagine, un metodo.

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Nasco come videomaker. Con gli anni ho imparato che il mio lavoro non è scegliere tra foto o video, ma è capire cosa serve davvero a un cliente, e costruirlo. Per farlo mi sono circondato di professionisti di cui mi fido.

A sei anni mia madre mi regalò una chitarra giocattolo. Non mi bastava suonarla: volevo capire perché due corde, vibrando insieme, producono un suono che sembra dire qualcosa. Ho passato l'infanzia a cercare la stessa domanda in posti diversi, prima il piano, il canto (ero pessimo), e poi una videocamera.

Girare il mio primo video mi ha ribaltato il modo di vedere le cose. C'era qualcosa di magico in quel mezzo, la possibilità di plasmare la realtà invece di limitarsi a osservarla. Da quel momento tutto cambiò.

«Il cinema è un lavoro di squadra, un meccanismo a ingranaggi, un giro di accordi che suona solo se tutte le dita sono al loro posto.»

Nel 2015 mi sono iscritto ad Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza. Lì ho capito una cosa che da bambino non potevo sapere: non sognavo di essere il protagonista solitario, sognavo di dirigere, mettere insieme le persone giuste, ognuna con il suo strumento, per costruire qualcosa che da solo non avrei potuto fare.

Oggi lavoro così. Coordino un team di professionisti di cui mi fido.

Paolo al lavoro su un set food
Backstage food